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I CIOMPI DI CARMELO

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI

I CIOMPI DI CARMELO

Il teatro ufficiale non vuole ricordarlo. Carmelo Bene era l’anti-cuore, l’anti-presepe, l’anti-serraglio del convenzionalismo, di attori che recitano come doppiatori, con il birignao sconfortante dell’Accademia d’Arte Drammatica. Ogni ideale è stato coperto da Carmelo di sarcasmi e di invettive. “L’espressione si laurea di cinismo nella cosiddetta avanguardia”, mi disse tanti anni fa. Il duello diventava sempre più inevitabile con la critica paludata. “Come si fa a dire che i miei spettacoli nascono dal caos, sono sgangherati, fumisti. Questa è la diligenza del servo. Il teatro è un bazar di servi, mediatori, sono arroganti perché non conoscono fallimenti”. Carmelo Bene voleva appartenere alla classe eletta degli attori-autori; diverso perché antipatico. “In teatro bisogna essere antipatici. Un attore deve essere contro il pubblico, altrimenti diventa giullare. Vittorio Gassman è il solo attore che mi sta bene: odia se stesso, sulla scena è una sfida al pubblico”. Bene era contrario al fine dicitore; usava frasi secche e affermazioni categoriche, anticipando con un risolino mefistofelico le esclamazioni degli altri. E la donna? “La donna mi piace molto, ma a teatro non serve; si porta dietro la peste della famiglia. Corna, figli e tutta l’età borghese che si trascina dietro”. Una volta stupì tutti affermando di essere “apparso improvvisamente alla Madonna”. La sua conversazione era ricca di imprevisti; “Non esistono capolavori, io sono un capolavoro”; “Per fare Shakespeare bisogna essere Shakespeare. Io sono Shakespeare”. Carmelo citava spesso Emil Cioran, il quale nei “Principi di decomposizione” scrive: “Non è possibile mettersi in luce né recitare una parte quaggiù senza l’ausilio di qualche infermità”. Bene parlava dei suoi mali come si parla di una persona di servizio tenuta a entrare nella camera del padrone solo a comando. La cura: un viaggio nelle Puglie dove, chiuso nella sua casa, si immergeva nella lettura. Tornava con rafforzato risentimento verso il teatro del calcolo, dell’astuzia e dell’inganno, quello che si pratica in molti Stabili. Carmelo era nato nel 1937 a Campi Salentina, in provincia di Lecce. Se Ennio Flaiano, in una lontana sera, lo avesse tramortito con una “paginetta” convenzionale, i “ciompi” teatrali di Bene sarebbero stati subito domati. “E’ un Bene cattivo”, mi disse Flaiano con un lampo di compiacimento. Gli attori e gli autori dell’avanguardia vedevano in lui il loro campione; ma chi lo ascriveva all’avanguardia poteva ricevere un cartello di sfida.  Bene non lesinava insulti anche al pubblico. “Ogni tanto ne butto fuori qualcuno di questi intrusi. Non so che cosa vengano a farci in teatro. Parte della critica ci tiene a farsi insultare e io l’ho fatto”. Quando si scagliava contro qualcuno diventava scarmigliato. Non amava Eduardo De Filippo: “Mette in scena un presepe nel quale recita, però, come un gran signore; Strehler costruisce scene sontuose dove fa recitare gli attori come in un presepe”. La critica “immobilista” non ha mai dato grande rilievo alle sue opere, “Salomè”, “Faust e Margherita”, “Nostra Signora dei turchi”. Quest’ultima divenne un film indimenticabile per invenzioni  e risorse figurative. In Francia, com’era accaduto a Rossellini, Carmelo ha conosciuto un grande successo. Al pari di Gassman, confessava che l’Italia è al grado zero della teatralità. Lo svilimento di questo teatro pubblico aveva portato Carmelo Bene a chiudersi nel vecchio ambito protettivo del pessimismo.
MAURIZIO LIVERANI