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IL CULTO DELL’IMPERSONALITA

di MAURIZIO LIVERANI


La quota che gli italiani destinano ai partiti ha prodotto un gettito così basso da allarmare seriamente. Si ha la conferma che la politica come la concepiscono i leader è una spugna per assorbire denaro. In cambio, il Paese che cosa riceve? Sin quando l’interrogativo non avrà una risposta, il Paese sarà impietosamente avaro con i “signori della politica” di oggi che vogliono farci credere di rappresentare il “nuovo che avanza”. Del variabile umore del popolo italiano sono state date molte e varie spiegazioni; secondo i malevoli è leggerezza, incostanza da basso impero; altri, con maggiore severità, assicurano trattarsi di “qualunquismo”. I retori affermano che è il senso dell’eterno e quindi l’intuito sicuro delle gloriuzze di un anno, di un mese, di un giorno. Quale che sia la spiegazione, un fatto è certo: non stupisce nessuno che la popolarità dei leader, dell’uomo del Colle, del papa e dei cardinali abbia ormai toccato un punto critico, il punto in cui la curiosità e la simpatia si tramutano in fastidio e irritazione. La propensione crescente all’astensionismo, il disfavore per la stampa troppo politicizzata dimostrano che i temi enfatizzati dai mass media hanno una moderata presa. Si comincia a diffidare, in politica, dei tipi uggiosi e inuggiosi. Sembrerà strano che si cominci a rimpiangere l’uomo politico ghiottone, puttaniere, esuberante e robusto. L’indignazione per l’indifferenza con la quale i suoi scarsamente amati connazionali accolgono le idee del “sommo capo” anziché avvilirlo fomenta in lui un orgoglio scontroso. Forse per affermare la propria presenza sulla scena politica, si pone raramente al centro dell’attenzione. in Italia resta la tirannia amministrativa e giudiziaria di una oligarchia che concede ai lavoratori solamente quel tanto di prodotto del loro lavoro che può essere necessario (e non lo è) dal trattenersi dal rivoltarsi violentemente. Anche con il surrogato della sinistra c’è assai meno libertà di quanta ce ne fosse nella deprecata prima Repubblica. La storia delle parole è curiosa. La parola “libertà” è stata usurpata proprio dagli estremisti di sinistra che si considerano progressisti e, invece, sono i più inclini a disprezzarla. Giovanni Giolitti ebbe a dire un giorno che bisognava mettere il marxismo in soffitta e nessuna frase oggi è di maggiore attualità. Nel dopoguerra le potenze si sono ostinate a credere nella possibilità di un perfezionamento del comunismo e hanno portato un facsimile del marxismo al governo. La “Cosa”, come Sartre chiama il comunismo per sottolinearne la mostruosità e l’impossibilità di cambiamento, è quella che è. Sono discorsi tanto ovvi da far venire la noia. Possono gli italiani appassionarsi alla “Cosa” dopo quanto è avvenuto nel tempo? Si vorrebbe essere benevoli, ma non si può negare che in Italia è stata praticata su larga scala la truffa delle idee; che ancora continua.

 MAURIZIO LIVERANI