IL MIRACOLO LEONE

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI
 
IL MIRACOLO LEONE

Se occorressero nuovi segni dell’inconciliabilità dei giudizi tra Italia e Francia, ecco – dopo quelli elevati per Rossellini – gli inni, gli alleluia della critica francese all’indirizzo dei film di Sergio Leone. Così calorosi entusiasmi e così particolareggiati non ebbe Antonioni, non ebbe Fellini, né Visconti. In Italia, quando uscì “C’era una volta il West”, fu accolto come l’ultimo soprassalto del western all’italiana, quello che prelude all’estinzione; anche dai più benevoli tra i critici il film fu preso come una sorta di comunicazione “in extremis”, come un testamento. Che la sincerità, la verità, l’autenticità degli uomini di Leone possano davvero essere un simbolo di un mondo migliore, un mondo lontano dal nostro, in un clima senza storia è un discorso che nessuno, da noi, ha neppure tentato e sul quale, invece, i francesi hanno insistito per dare slancio alla svisceratezza delle loro ammirazioni. “Nemo propheta in patria”. Per “Il buono, il brutto e il cattivo” i critici d’oltralpe hanno parlato di fantasia ariostesca. Nei film di Leone non mancano elementi comici, satirici e grotteschi; soprattutto ne “Il buono, il brutto e il cattivo” il tono fondamentale è giocondo, disinvolto. Il surriscaldamento per i suoi film non è stato limitato, in Francia, da una conventicola di critici più o meno saputi; anche il pubblico è stato attratto dal richiamo di queste pellicole. Con i film di Leone, “spaghetti-western” non è più un titolo dispregiativo ma un blasone di nobiltà, in quanto serve a distinguere il western all’italiana che piace da quello, diciamo, autentico di provenienza americana che piace sempre meno. In Francia, dove il pubblico era ormai stanco delle polarizzazioni intellettualistiche, la critica si infervorò per i film di Leone. Il western, simbolo dell’inconscio, che è tormento dell’uomo e insieme fenomeno delle sue azioni più generose, apparve anche ad alcuni registi come il crisma rigeneratore di un nuovo cinema. Godard per primo se ne è servito. Nel “Vento dell’Est”, nato alla macchia, il regista di “A bout de souffle” si è appropriato del genere western per svolgere una polemica all’ultimo sangue fra l’Europa umanistica, rinascimentale e moritura e l’Est giovane, ribelle, vendicativo tra dubbi e libertà. Cos’era, dunque, successo? Il western ha il potere di semplificare tutto; porta i conflitti tra i personaggi fuori da ogni dimensione realistica. La vita è ricondotta all’urto tra il bene e il male senza sfumature intermedie. Leone era ben lungi dal rispettare la tradizione del western americano. I suoi film portano il marchio indelebile della loro origine; sono delle opere liriche trapiantate nel West. Del resto, il regista romano non ha mai nascosto le sue intenzioni. “Con il Western”, mi ripeteva spesso (ho tenuto a battesimo l’ultimo figlio), “si possono trattare tutti i soggetti classici già incontrati a teatro o nella letteratura di tutti i Paesi”.

MAURIZIO LIVERANI