IL NOBEL CHE AMAVA L’ITALIA

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI

IL NOBEL CHE AMAVA L’ITALIA

Quando lo scrittore americano Saul Bellow morì (5 aprile 2005), la stampa italiana lo ricordò di sfuggita con giudizi superficiali e a volte velenosi. Ma all’origine dell’avversione c’era un’amicizia: quella che lo legava ad Ennio Flaiano. Il regista Luigi Comencini voleva trarre un film dal suo romanzo “Il dono di Humboldt” e anche il compianto Ettore Scola voleva desumere una pellicola con lo stesso testo. Il tribunale doveva decidere a chi appartenessero i diritti d’autore. Quando lo incontrai per invitarlo a collaborare al “Dramma” che dirigevo, Bellow, che era una persona molto simpatica e timida, mi rivelò che la trama gliel’aveva raccontata Flaiano. L’ostilità verso lo scrittore pescarese indusse i registi a desistere dal trarre dal bellissimo racconto un film. Bellow non era amato dall’intellettualità italiana, come non lo era Flaiano. Paragonava la nostra politica a una grossa spugna che assorbe ogni aspetto della vita per trascinare la gente nell’irrealtà. Attribuiva la decadenza del nostro Paese all’ingenuità con la quale gli italiani cadono nella trappola ben preparata dei grandi poteri. Non ci derideva; memore della grandezza dell’Italia, della cultura italiana prima che irrompesse nella nostra vita la “public fiction” della politica, intrattenimento emotivo e verbale, spettacolare veicolo di fantasie e follie in cui si smarrisce la nostra identità. Per colpa della politica, sosteneva lo scrittore, sono pochi gli italiani che continuano a ritenersi individui poiché la perdita del senso dell’individualità è terribilmente pericolosa. La maggioranza degli italiani, in questa “dittatura” cattocomunista dissimulata, tende a considerarsi simbolo di un gruppo, di una corrente politica. L’Italia, sosteneva, non sembra popolata da persone ma da emblemi e il rapporti tra questi differenti emblemi sono tessuti di un odio e di un rancore che escludono ogni efficace azione solidale. Conoscitore profondo degli umori degli italiani, ricordava che, da noi, a portare avanti la baracca sono le personalità più delle idee. I politici italiani hanno un limite, per Bellow: non vengono dalle battaglie, dalle occupazioni delle terre, dagli scioperi; sono allevati in superattici, in sfarzose ville al mare, non hanno da spartire nulla con i maestri dell’età eroiche. Il loro operaismo non è un’espressione fisica né una realtà morale. I sindacati, per lo scrittore, hanno voltato le spalle agli ideali; sono i portabandiera del “sindacalismo d’affari”, non eccitano la fantasia; il solo vederli essica ogni entusiasmo, ogni fiducia in un avvenire migliore. Saul Bellow era fatto con lo stampino di Flaiano; nei loro scritti hanno messo una pietra tombale su una intera classe politica che proprio in questi giorni irrita con una campagna elettorale nata a mezza strada tra noia e fastidio. Tutto appare ridicolo.
 
MAURIZIO LIVERANI