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IL NUOVO CHE SA DI VECCHIO

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI

IL NUOVO CHE SA DI VECCHIO

L’avventurismo politico esercitato indiscriminatamente è assai spesso una mancanza di perspicacia. E’ per questo che nel gran polverone politico chi aspira a salire molto in alto si mette sempre più da parte per farsi trovare sul versante giusto nella corsa a rompicollo delle larghe intese. L’ingranaggio propagandistico prevede la duttilità di saper cogliere il momento opportuno per erigersi a “nuovo”. E’ un passaggio delicato quello dell’ambizioso arrivista perché deve prima accertarsi di aver raggiunto il ruolo di unico, sbaragliante leader. Luigi Di Maio si segnala ogni giorno come il prescelto. Per prefiggersi vincente ha le carte in regola ma anche un neo: non molto tempo fa perorò la nascita di una coalizione che escludesse Silvio Berlusconi. E’ un inciampo al suo rampantismo.

Di Pier Luigi Bersani è assai difficile alimentare il prestigio “mitico”. E’ un leader senza grandi connotati; è diventato un sub-archetipo, adatto alla temperie attuale dominata da mezze figure e mezze calzette. Pur essendo “giovaneggiante” si presenta con una certa autorevolezza che va, giorno dopo giorno, esaurendosi. E’ favorevole al dialogo ma si avvolge nel dinamismo del “tira a campare”.

Le quotazioni dei democristiani sono in discesa; stabili, al contrario, quelle di Enrico Letta. Come isolato si crede circondato da un grande carisma, ostile a ogni forma di frizione con gli attuali governanti. E’ riuscito a concentrare su di sé la magia di un cattolico autentico; come i vecchi democristiani ha fiducia che la sua parte sarà stipata, sempre più in fretta, di religiosità democratica. E’ impantanato nel marxismo-leninismo-dossettismo, un magma con il quale è sicuro di arrivare a guidare un nuovo governo. Montanelli lo definirebbe il “meno democristiano di tutti i preti, ma anche il più prete di tutti i democristiani”. Tutti sembrano recitare il “nuovo” come in un vecchio “melò”.
 
 MAURIZIO LIVERANI