IL PARADISO PUO’ ATTENDERE, IL POTERE NO

di MAURIZIO LIVERANI 

Prima delle consultazioni i partiti rappresentavano, per Matteo Salvini, il nemico da abbattere, la fogna, la schifezza delle schifezze. Passato il trambusto elettorale, il suo motto sembra essere: “Volemose bene”. Diventato “padrone” rinverdisce lo “status quo”; basta con la pantomima delle contrapposizioni frontali. Non cerca collaborazioni, vuole soltanto che la politica non si degradi sempre più. L’esperienza politica gli ha giovato a capire che non esistono veri nemici, ma soltanto cacciatori di poltrone. Non c’è alcun bisogno di cambiare i caporioni, a qualsiasi partito appartengano. Durante la campagna elettorale i partiti avversi erano additati al disprezzo, ma dalle loro fila sono spuntati i furbi, a volte anche capaci di far mostra di competenza. C’è chi sospetta che il ministro degli Interni voglia por fine, una volta per tutte, a quella guerra civile strisciante che caratterizza la democrazia italiana sin dal dopoguerra. Il desiderio dell’”uomo della provvidenza” ha spinto Ciriaco De Mita a riproporsi approfittando di questo clima di “volemose bene”, forse convinto che il nuovo “duce” sia spinto a guardare ai vecchi della politica come a precettori, savi, dimenticando le magagne del passato. Alti prelati lo hanno incoraggiato a ricandidarsi. Il paradiso può attendere, il potere no. In questo momento De Mita vuol dare l’impressione di rappresentare una forza di cui bisogna tener conto. Per aver dimostrato alla grande industria di essere un genio “operante”, Giovanni Agnelli lo pennellò come un intellettuale della “magna Grecia”; intendeva riconoscergli la capacità di cogliere lo spirito dei tempi. L’irpino non vide in quel “magna” niente di apprezzabile; non colse la lusinga (in verità un po’ perfida) definendo il presidente della Fiat soltanto un “mercante”. A chi gli parlava di De Mita, Giulio Andreotti disse: “Tutto ciò che è esagerato è insignificante”. “Cos’è esagerato in De Mita?”, gli chiesero con stupore. “La calvizie”. Da quel momento la carriera di Ciriaco, iniziata nel favore di una costellazione, si svolse sotto il segno di un’altra e sbocciò al polo opposto. La sua presidenza del Consiglio è stata un tempo di ragli e di calci; asinerie, insomma. Un gustoso epigramma ironizzava: “Per De Mita per più lune / fu sostegno dello Stato / in quel modo che la fune / è sostegno dell’impiccato”. Non passava settimana in cui Ciriaco non volesse combattere a cornate Andreotti. L’ipotesi contraria fu avanzata allorché minacciò di fracassarsi la capoccia contro un muro a prova di bomba, qualora il governo della “centralità” andreottiana non fosse stato abbattuto. Se del cranio l’irpino poteva facilmente sbarazzarsi, Andreotti arguì che le idee il rivale le avesse altrove. Ipotesi sposata subito in casa Dc dove i nemici di “corrente” sono più crudeli che i nemici di partito. De Mita apparve come una piccola attrice che tenta una battuta superiore alle sue forze. Oggi, Ciriaco cova sempre meno intralciate rivincite. Non contento di essere stato primo ministro, a novantuno anni è stato rieletto sindaco di Nusco. Riciclato, grida “oibò” come capitan coccoricò. 
  
 MAURIZIO LIVERANI