IL REBUS EMILIANO

di Maurizio Liverani

D’improvviso la faccia di uno dei candidati al ruolo di segretario del Pd è diventata piĂą torbida e grumosa di quella di Gengis Khan. Michele Emiliano ha preteso di coniugare, in una spettrale sintesi da scodellare, calla calla, nella pignatta della segreteria, un leader che sia soprattutto un magistrato. Con il suo fiuto furbo di provincia ricorda di essere fiorito allo stesso albero genealogico di Antonio Di Pietro. PiĂą che per le sue qualitĂ  politiche, è riuscito a entrare nell’empireo dei pilastri della moralitĂ  e della giustizia. PoichĂ© non si può immaginare una vita senza scelta, la prima cosa pensata dal magistrato pugliese è stata: mi farò “comunista”. Per raggiungere le proporzioni del mito, Emiliano vuole consolidare il suo status socio- morale anche nella politica, introducendovi i canoni fondamentali del giustizialismo. Ingannato dalla sua immagine, si vede, come guida del Pd, delegato dall’intero Paese a interpretare la riflessivitĂ  morale collettiva. E’ talmente conscio della propria smisurata grandezza da non avere il minimo sospetto che essa possa allarmare e ridursi nel tempo. Il mercato delle vacche parlamentari è cominciato proprio al Mugello; commentando quell’avvenimento ricordo che Achille Occhetto disse: “e non è vero che la presunta offerta di duecento milioni ad alcuni parlamentari sia meno scandalosa della promessa di un collegio sicuro perchĂ© ritengo addirittura piĂą scandaloso il mercimonio di posti elettorali; offrire l’anima dell’elettore che non può emigrare ed è costretto a votare per un trasformista”. In altre parole, con quel seggio offerto all’ex pm Di Pietro sono stati ingannati onesti votanti dell’allora Ds, e si sono poste le basi di un vasto mercato delle vacche. Aveva ragione Fausto Bertinotti il quale, in tempi non sospetti, bocciò i metodi di Di Pietro, troppo “rudi”. Aveva visto giusto quando lo denunciava come una presenza autoritaria; mentre altri vedevano nel decisionismo di un magistrato vasti pensieri per salvare l’Italia. Un magistrato in politica, in una giustizia così com’è praticata in Italia, è un “salto nel buio”; oggi possiamo dire che da lì è cominciato il salto nell’abisso: “tu mi dai na’ cosa amme, io te do na’ cosa atté”, come in “Carosello napoletano”. Emiliano non vuole rinunciare al ruolo di magistrato e intende introdurre i suoi artigli tra gli onorevoli.  Con la bramosia degli insetti chiamati effimeri, vorrebbe capitanare un partito non con  le regole della politica ma con le norme della giustizia. BasterĂ  un simulato fervore morale, esuberante di indignazione, per essere immagazzinato tra i sostenitori della moralitĂ  pubblica. E’, come direbbe Bertinotti, una presenza estranea all’esperienza dei partiti di massa. La situazione del Paese non è imputabile soltanto a quanti lo governano, è imputabile in gran parte alle centrali economiche, ai sindacati; ora questo dissesto dovrebbe irrobustirsi con l’avvento in prima persona di un politico-magistrato che forse pensa di poter fornire direttive ai giudici.

Maurizio Liverani