LA DEPRESSIONE DI UN “GRANDE”

di Maurizio Liverani

Negli ultimi anni della sua vita, Vittorio Gassman soffriva di una forte depressione.  Su  questo male oscuro fu stesa una coltre di silenzio. Vennero date le spiegazioni più banali: stanchezza, “il fumo fa male”, la paura dell’insuccesso. Vittorio ruppe i rapporti con Strehler e con i rappresentanti del teatro paludato. La verità è che in anni di attività senza cedimenti, senza appartenenze aveva fiutato la mediocrità della scena italiana. In un Paese come il nostro, dove è così facile avere benevolenza per la sofferenza, è sempre stato difficile averne nei riguardi del rigore intellettuale di un attore verso il quale abbiamo grandi debiti. La depressione di Vittorio è stata quella di un grande spirito nato per un’alta civiltà teatrale. Lo sprezzo per la vita teatrale italiana lo dichiarò su Canale5 in una trasmissione dal titolo “Il mattatore – corso accelerato di piccole verità”; le piccole verità sono state all’origine della sua depressione. Aprì la diga del conformismo e le sue confessioni filtrarono attraverso larghi squarci. Non si è mai adattato al clima politico in cui le teste degli spettatori si intorpidiscono nella stessa sonnolenza. Quando i teatri fanno sapere di essere pieni si è sempre trattato del solito parassitismo teatrale italiano: biglietti omaggio. E’ da anni che il teatro è in condizione critica, forse disperata. Non è valso neppure il ricorso al teatro americano che da noi incontra poco. I nostri registi si riconoscono, o credono di riconoscersi, in spettacoli giganteschi. Il Piccolo di Milano si era impegnato, anni fa, in un programma della durata di dodici ore, da ripartire in “spettacolini, di sei ore, ciascuno. Miliardi di allora, chi pagò? Naturalmente il contribuente. Questi spettacoli avranno pure un senso; il senso di porre al riparo da preoccupazioni finanziarie registi pompieristici. Hemingway ha veduto bene in ciò che chiamava “il grande istinto di conservazione degli italiani”. Nel dopoguerra pareva che il pubblico volesse cominciare a leggere e ascoltare la sua storia quotidiana; durò poco, appena il tempo di una certa apprensione, o speranza, nell’avvenire. Non soltanto nella vita, da noi, si va a strappi e soprassalti e Gassman lo rivelò. Disse: “sono vanesio, sono narcisista. Ma sono anche sincero”, e sinceramente, tra frizzi e scherzi, confessò che siamo al grado “zero” della teatralità. Accade sempre così nei Paesi che non conoscono un’opera assidua di rinnovamento culturale, diligente come il rinnovamento quotidiano della vita. Allo stesso modo che nei popoli incapaci di un’assidua solidarietà scoppiano di quando in quando episodi clamorosi. Esauriti i quali tutto ricade nella rassegnazione. Una civiltà dove le arti sono spregiate non si è mai veduta. Vittorio Gassman da mattatore televisivo stravinse perché disse queste verità, all’origine della sua incancellabile depressione.

Maurizio Liverani