L’INGENUITA’ GRECA DI POLANSKI

di Maurizio Liverani

“Sono puro, sono puro, sono puro”. In tutte le sue apparizioni ai festival che frequenta da più di mezzo secolo, l’ottantatreenne Roman Polański -regista polacco di rinomata fama- si vede costretto dai pettegoli della stampa a rievocare una lontana effrazione del “solco di pesca” che operò quasi settant’anni fa imponendo a una giovane americana una sodomizzazione “accettata” dalla succube, ma non dai genitori di lei che lo denunciarono. Fu condannato a una pena pesante che avrebbe dovuto scontare negli Stati Uniti, paese in cui non tornò più per evitare il carcere. Il fatto conteneva una tale carica di curiosità morbosa che si diffuse ovunque. Il grande regista, accettato dalla critica mondiale, fu respinto dai moralisti di mezzo mondo. Polański continuò a “capolavorare” sorretto anche dall’alone di prestigio che gli veniva offerto da questa “persecuzione” dei tribunali americani. Lui ottenne il perdono della sua vittima, spiegando che aveva obbedito all’energia sessuale dei suoi anni e dal fascino di quel fondoschiena. Citando Gide, che di sodomia se ne intendeva, ha sempre ripetuto questa frase: “”in quel momento ho desiderato di essere felice come se non dovessi essere nient’altro”. Il suo peccato ha attirato l’attenzione del mondo cinematografico e moralistico più delle sue opere. Ricolmo di citazioni, Polański sosteneva di aver peccato con l’anima, quindi innocentemente, non con la ragione. Dunque nulla di diabolico e di perverso in quell’atto che da allora venne elevato anche a una funzionalità filosofica. Si tratta di una perversione che è possibile solo nelle menti molto progredite. Ovviamente la stampa, dopo aver dato credito alle ragioni di questo geniale libertino, si è sbizzarrita nell’umorismo. In tutti i suoi film i critici poveri di idee hanno cercato di sondare il problema che non ha nulla di inaccessibile. Si cominciò a parlare dell’”ingenuità greca”, così la chiamava Schiller, cioè la facoltà di far scomparire la vita e sognare. Si capisce che con tutto questo ribollire di idee erotiche e filosofiche, la bella filmografia di Polański passò in sottordine. Ai festival il regista polacco ha preso l’abitudine di offrire sul tema della sodomia la massima del giorno. Il grande peccatore, assolto ormai all’unanimità, si lamenta del fatto che i critici trascurino la sua opera. “Morirò sconosciuto cineasta, ma santificato senza dio”. La realtà è che l’ottantatreenne polacco è la massima attrazione dei festival e il più scanzonato dispensatore di sentenze. E’ un tipico animale cinematografico superiore.

Maurizio Liverani