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NON MI AMANO? VUOL DIRE CHE VALGO…

di Maurizio Liverani

Alberto Moravia è diventato “autentico” quando ha confessato in “Io e lui” (1971) di non aver nulla a che fare con “credi” e “principi” rifiutando di colpo la celebrità che gli veniva accordata dall’”impegno” politico; e dichiarando che questo “impegno” era dissociato da ogni coerenza morale. Nel romanzo dà la conferma che era, consapevolmente, la quintessenza della noia e che il suo “impegno” altro non era che un estremo tentativo di utilizzare questa noia. Moravia ammetteva di non essere sorretto da alcuna fede, da alcuna ideologia. Confessava di essere stanco di sentirsi schiacciato da una presunta superiorità; stanco di accontentarsi dei trionfi esteriori. Si era finalmente convinto che il piacere di essere letti e di avere successo è superficiale di fronte al piacere dello scrivere. Non voleva più essere l’artista di “regime”, costretto, nel dopoguerra, a fare il realismo popolaresco (“Racconti romani”), a seguire la linea stilistica della sinistra sempre in attesa di altri modelli da “mutuare” pur di trovare risposta agli interrogativi del nostro tempo. Stanco dello spazio che il “regime” gli accordava; di essere o passare per un super-integrato, di pretendere la vetrina tutta per sé e i suoi fedelissimi; di essere un dittatore delle lettere, delle “milizie” –come le chiamava – “politiche vantaggiose”. Molto prima di questa confessione lo zelo dello scrittore arrivava a fornirci piani interpretativi della sua opera fin da quando Emilio Cecchi, nel 1937, scriveva a proposito degli “Indifferenti”, delle “Ambizioni sbagliate”, della “Bella vita”: “I personaggi non si dedicano al male per irresistibile vocazione lirica, e perché al male li conducono oscure e profonde ragioni del loro temperamento… Ubbidiscono al loro insegnante come agnellini; e con la coda dell’occhio cercano di rendersi conto se hanno recitato bene la propria parte e se lui è soddisfatto”. Quasi sempre, con molto anticipo sull’apparizione in vetrina, Moravia forniva una interpretazione che mobilitasse l’opera in gestazione. Sembrava una guida turistica; la toponomastica era sempre il sesso in tutte le sue varianti. Rifiutando la celebrità che gli veniva dall’impegno politico e ritrovando un’autentica coerenza morale, umilmente ammise di aver goduto di un “immeritato” successo. Esagerando un senso di inferiorità, scrisse di essere uno scrittore minore, emotivo, velleitario, sentimentale, incontrollato, passivo. Il mondo letterario continuò a trattarlo come un gingillo politico di sinistra e lo fece ugualmente eleggere al parlamento europeo. Proprio nel momento in cui non voleva più essere l’artista di “regime”. I crocicchi mondani, nonostante questa sua ammissione, continuarono a considerarlo un “signore delle lettere”, mentre nei salotti, alle sue apparizioni, si mormorava all’orecchio: “è arrivato lui”. Lo scrittore, che rimane grande, provava una sorta di piacere masochistico e sembrava pensasse: “Non mi amano più, quindi valgo”.

Maurizio Liverani