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PAESE MORTIFICATO

di Maurizio Liverani

Per una crisi “irrisolvibile” i parlamentari bacerebbero la statua di san Gennaro; una crisi interminabile permetterebbe di tirar fuori dal loro calamaio alcune delle metafore belliche come “abbiamo stoppato il populismo” che è il modo di vendere buggeratelle, perché senza il populismo i partiti non potrebbero vantarsi di vincere neanche una partita a scala quaranta. La crisi appena cominciata registra la destrezza di Silvio Berlusconi che dà troppo sui nervi al leader del M5s. L’intolleranza per il suo umorismo e la sua ironia echeggia ormai in tutte le correnti. L’elemento vitale in una non vitale democrazia è l’ironia. La competenza è stata spodestata, si è smarrita nella storia patria, con la esse maiuscola. Silvio, quando ha un po’ di tempo da perdere, gioca a tenere in scacco gli esperti e le loro pompose minchionerie. Dispettoso per natura, il “divo Silvio” ha messo alla berlina gli arcigni alleati che con le loro chiacchiere hanno logorato quello che ritenevano, dopo il 4 marzo, un successo. La coalizione di destra ha presentato il suo programma lineare solo apparentemente; Berlusconi ha ascoltato con le orecchie ben aperte ed è riuscito, intenzionalmente, a dire in poche parole che la democrazia ha la saldezza delle case costruite nelle zone terremotabili. L’esito del voto testimonia che non si torna indietro: chiunque tentasse di farlo sarà guardato come un sabotatore al servizio degli avversari. Questo accade perché da noi i partiti, ricordiamocelo, nascono non per una esigenza morale né per un dovere né per volontà. Tutti gli elettori sono stati presi per il gabbo, prestati ancora una volta al gioco della politica. Il sentimento, nato dalla paura dell’inganno, fa desiderare un prolungamento del governo Gentiloni; con lui, l’italiano ha la sensazione di contare qualcosa, si può illudere persino di essere un protagonista e non un girino. Pensiamo ai quotidiani dei giorni che hanno preceduto le votazioni; alcuni se ne vanno a grandi pacchi al macero; qualcuno gode ancora un po’ di vita effimera, fornendo berretti per gli imbianchini o per scultori funerari; altri servono a far barchette per bambini o a fare ritagli di modelli per abiti di bassa sartoria. Capita a volte di trovare brandelli nei luoghi più incredibili. Spiegando un pacco abbiamo letto un accorato appello agli elettori dei quali veniva lodata la maturità, la vocazione democratica, la serietà. Improvvisamente abbiamo scorto un sudicio pezzo di giornale nel quale campeggia, scritto con il pennarello: “Mattarella datte ‘na mossa”. L’autore della scritta ci ha portato in mente quel brano dell’Amleto che dice: “Io devo, come una puttana, scaricarmi l’anima con le parole”. Ha considerare l’avidità con cui oggi l’uomo della strada sia interessato ai discorsi, ai dibatti televisivi si direbbe che mai, come questa volta, abbia sentito il bisogno di vederci chiaro. E proprio a chiusura della campagna elettorale le grandi promesse e le grandi assicurazioni gli hanno confermato che la politica non è altro che un conflitto di interessi dove il candidato cerca di vivere alle spalle dell’elettore. Ennio Flaiano aveva sintetizzato un paradosso che ci piace ricordare ancora: “Il fascismo è una trascurabile maggioranza che si distingue nel fascismo propriamente detto e nell’antifascismo”. Questo paradosso rivela una verità: quando il candidato del M5s rifiuta il colloquio con Berlusconi si comporta “da fascista”. Un partito che non vuol incontrare un avversario è fascista. Quando un popolo è così diviso è inutile nascondere l’incapacità di realizzare possibilità concrete di sviluppo. Scompare il totalitarismo, ma la dittatura variegata in tanti “ismi” resiste. L’esito delle recenti elezioni ha un solo scopo: l’accaparramento del potere che ha un lievito ideologico che fermenta dentro ogni candidato, cioè un sillogismo rigorosissimo: “la poltrona è la poltrona”. Il 4 marzo si è riaffermata la tirannia delle “cose morte”.

Maurizio Liverani