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di Maurizio Liverani

Finalmente conosciamo l’altra faccia del nichilismo dilagante in Italia; la politica non interessa più. Da molto tempo, finite le ideologie, l’italiano non ha più il gusto delle aspettative. Forse non lo sa, ma è andato a scuola da Nicolas De Chamfort, il letterato francese famoso per una massima oggi di grande attualità: “Quando si cessa di sperare si comincia a vivere”. La società ha assunto, grazie ai partiti e alla religione, la norma fondamentale della vita, cioè l’egoismo, il puro soddisfacimento dei propri interessi e delle proprie passioni materiali. Nell’italiano medio il futuro radioso, promesso dalle ideologie e dalla fede, non è più rimandato, ma abolito come uno spettacolo deludente. Il volto nuovo è quello offerto da tutte le reti televisive che, seguendo i dettami dell’efficienza, continuando a combattere la solita guerra destra contro sinistra, non fanno capire se siamo alla vigilia di una qualche verità o se incombe sull’Italia la zavorra della noia. E’ cosa nota e verificata che la nazione è sovrastata da un pattuglione di politici furbastri e grossolani. La responsabilità -è bene ripeterlo- è della Costituzione che ha sostituito alla dittatura di un solo partito la tirannide di glomeruli ideologici per i quali l’unica scelta di fondo è il bottino. Dalle casse vuote, e non da promesse di un avvenire migliore, ha preso il via il M5s; tanti altri partitini nasceranno, avidi di malloppi statali. Il ridicolo e il tragico è che queste formazioni nascono come portabandiera della moralizzazione del Paese, simulando il loro intento di saccheggiare anche loro lo Stato. Per una sopraggiunta mancanza di fondi sono scoppiate le varie Tangentopoli. Il Pci, soprasovvenzionato da Mosca, si atteggiava a partito moralizzatore; caduto il Muro di Berlino sono affiorate le magagne. E negli italiani si è risvegliato il senso morale. Sulla scia dell’indignazione sono spuntati tanti partiti composti da imbelli resi feroci dal girare a vuoto, inalberando il vessillo dello sdegno; pretendendo nel contempo le stesse sovvenzioni di cui fruivano le forze collaudate da ruberie durate decenni. Gli anchormen dei dibattiti televisivi, che avrebbero dovuto portare gli spettatori a orientarsi sempre più verso politiche moralizzatrici, si sono rivelati dei boomerang. Gli italiani, sull’esempio della politica, hanno colto, dietro parole altisonanti come futuro e speranza, il nichilismo che da un punto di vista religioso è brutta cosa perché li induce a essere delusi, ma soprattutto edonisti. L’inno nazionale enfatizza l’amor patrio come se fosse un talismano che cancelli tutte le nostre delusioni. Si è ormai affermata, in contrasto a quanto predicato, una sorta di nichilismo che si avvicina a quello francese che proclama un nulla annunciante, secondo Edgar Morin, un “prolifico e poliedrico futuro”. Una presa in giro venuta d’oltralpe. Dobbiamo rifarci sempre a Leopardi per il quale l’opposizione di pessimismo e ottimismo è impropria. L’ottimista-nichilista è capace di galleggiare nel mare del divenire e del nulla. Siamo -come abbiamo più volte scritto- in quello stato d’animo che Marcel Proust definisce “la frivolezza dei moribondi”.

Maurizio Liverani