QUALCOSA DI BUFFO

di Maurizio Liverani

Dalle nuove (si fa per dire) generazioni di politici ci saremmo attesi uno stile nuovo; invece si sono applicate soltanto a sviluppare e condurre al limite della spudoratezza le premesse dei predecessori. Che cosa avrebbe, poi, dovuto essere questo “nuovo”? A guardar bene è un “nuovo” lardellato di tante nefandezze da rendere legittimo il rimpianto del vecchio. Tanto che i “nuovi” non hanno nessuna intenzione di liberarsi della eredità politica dei loro padri; non l’hanno neppure accantonata in soffitta. Dividendosi in vari tronconi, convinti di persuadere l’elettore di essere diversi l’uno dall’altro, si ricompattano di colpo annunciando nuove elezioni. Fuori della polemica antirenziana tutti i cervelli dei parlamentari sembrano immersi in una insormontabile catalessi. Quando fiutano aria di elezioni, il democristiano, il socialista, il grillino, il piddino escono dal guscio per le grandi manovre. Si cercano ormeggi di sinistra perché il piedistallo della vecchia autorità democristiana vacilla nel cestone di FI dove i più affidabili sono gli ex comunisti. Sulla nave del berlusconismo si occupano della manovra uomini provenienti dalla sinistra italiana. Mentre i democristiani fanno fatica a fare la propria bottega tornando sui loro passi; togliete il trasformismo a uno di loro e gli strapperete la metà della felicità. Con sottigliezza metaforica, Francesco Cossiga definì Silvio Berlusconi, come abbiamo spesso ricordato, un “anticristo”; subito temperando l’affondo paragonando i democristiani a “capretti scuoiati”. Dedito a valutare la politica sulla bilancia del paradosso, l’ex picconatore attribuì ad Antonio Di Pietro un valore “iettatorio”. Per fortuna i colpiti dagli strali di Cossiga non si offesero, così come non si sdegnarono quando si ricordò che baciavano pantofole e anelli di cardinali e di papi, ma, per la fede, non avrebbero mai rinunciato ai sussidi del Sisde. “I politici sgraffignano sempre per nobili motivi”. L’importante è atteggiarsi a irrequieti cavalli di razza, ad “animatori” molto attenti alle istanze sociali. Alcuni si adeguano anche al ruolo di lacchè; hanno un fiuto particolare per restare sulla breccia e sulla ribalta. La sete di potere è un vizio per un cattolico (o presunto tale) ma è considerata una virtù per un ex comunista. Nel laico è ammessa: su di sé sente le stimmate del divino, può disfarsi delle sue convinzioni; ciò nonostante non dà mai le sue belle spiegazioni neppure per un rispetto delle buone maniere. E’ lontano dal coinvolgere un dogma con la politica che, tutti ripetono, “è l’arte del possibile”.

Maurizio Liverani