ROMA CHIUSA AL CINEMA NUOVO

Nel cinema si moltiplicano pulsioni distruttive che spingono a vedere un futuro sempre più nero. La funzione creativa è affidata alle eterne indignazioni. Ed ecco che su questi ben tracciati solchi gettano le loro idee i narratori odierni privi di idee. Un cinema fatto in buona parte da paria dell’intelligenza, da sprovveduti improvvisatori non sa più cosa dire. Che poi si trovi tra cineasti qualcuno d’ingegno, qualcuno dotato di autentico talento non ci sembra sufficiente per assolverli tutti. L’Italia non ha un surplus di spettatori da distrarre dal casalingo video e stipare nelle sale. I cinefili si muovono soltanto per il film-evento. Il principio che garantisce prebende e favori a registi targati politicamente sopravvive alla fine della prima repubblica; con buona pace di Guareschi, gli “utili idioti” si rivelano gran furbi. Ogni iniziativa che esca dal recinto della mediocrità si infrange contro lo zoccolo duro dello status quo. A questo cinema manca una vera iniziativa privata; per continuare a produrre attinge all’unico pozzo statale. E l’acqua comincia a scarseggiare ed è monopolio dei soliti noti. Che fare? Quando investe il proprio denaro il privato realizza film scadenti e a basso costo; quando maneggia il denaro pubblico non lesina. Eppure privatizzare lo spettacolo è importante come privatizzare le ferrovie. L’età d’oro del cinema italiano coincide con il concorso del grande capitale americano. Sono stati realizzati, in quegli anni detti Hollywood sul Tevere, film di rara indignazione sociale, come “Mani sulla città” che, alla maniera di un uragano, ha scoperchiato la cupola dell’”intrallazzo”. Il vortice si è allontanato lasciando il posto alla bonaccia di Tangentopoli. Roma, “cauda mundi” del cinema mondiale, dà ragione a Stendhal secondo cui “la politica nell’arte ha l’effetto di un colpo di pistola in un concerto di Mozart”. La voce dell’eterno realismo risuona nelle valli del cinema; e gli spettatori fuggono. In alcune località gruppi di giovani appassionati hanno fatto nascere una cinelandia “federalista”; sono giovani che non hanno ceduto alla delusione. Il dispotismo cinematografico romano impedisce ogni forma di ricerca, impossibile con il sistema degli aiuti statali, premessa del clientelismo. Drappelli di cineasti senza denaro pubblico realizzano brevi film così come teatranti, conoscendo l’avarizia dello Stato, mettono in scena, in piccoli teatri, grandi opere. Si tratta di giovani non “toccati” dal pessimismo e pervasi, per ora, soltanto da illusioni. Quanto diversa questa gioventù “leopardiana” da quella descritta dal cinema di Stato.

Maurizio Liverani