RUDY NON CONOSCE PACE

di Maurizio Liverani

A oltre cent’anni dalla nascita (avvenuta a Castellaneta nel 1895) Rodolfo Valentino è ancora oggetto di culto. Charlie Chaplin lo ha sempre considerato il più grande, il più affascinante, il più irresistibile. Anche quando i produttori del “Figlio dello sceicco” non gli lesinarono soprusi e ingiustizie. Cosa era successo? Nel cinema aveva fatto irruzione la “parola”. Si poteva concedere il culto a un attore che della parola non poteva far uso? Il terremoto dell’avvento del sonoro non travolse Valentino perché in seguito a un’infezione procuratogli da un’operazione d’appendice moriva nel 1926. La morte consacrava la sua leggenda non più esposta alla volubilità del successo. La gloria gli apparteneva ormai per contratto. D’improvviso i suoi occhi, nel “Figlio dello sceicco”, considerati spenti si accesero grazie alla morte di una febbre fatale; la sua bocca, che in vita appariva di un’eleganza un po’ leziosa, sembrò serrare l’orgoglio del “maschio”. A una folla di ignari del suo dramma Rudy fu presentato come un hidalgo. Il suo manager si improvvisò, con uno scoop macabro, un funereo ufficio stampa. La morte divenne l’atout vincente per la sua riproposta e il rilancio di tutti i suoi film. L’impacciato e timido amatore, grazie al cinico “corifero”, potè diventare finalmente l’ardente seduttore. Nessuno poteva più dubitarlo. La folla dal fastoso funerale passò nelle sale dove si proiettava l’ultima pellicola del suo idolo. In modo crudelmente volgare e incompatibile con la memoria di un brava ragazzo, molte dive in gramaglie si contesero il vanto di essere state l’ultima amante. Tutto tornava al giusto posto per edificare un monumento all’emigrante di Castellaneta. Dame disperate dettero il via a un collezionismo di cimeli raccolti anche nella villa dove Rudy aveva lavorato come giardiniere. Soltanto il “sonoro” avrebbe potuto far fallire questo macabro scoop. Otto anni di cinema “muto” hanno prodotto un mito che dura da allora. Se la setticemia non lo avesse ucciso, all’età di trentuno anni, il bellissimo Rodolfo sarebbe stato cancellato dallo schermo. E la fama di apostolo del grande “ardore latino” non avrebbe avuto tanti discepoli. L’ultimo dei missionari di un così illustre pioniere è stato Rossano Brazzi. Valentino era stato scelto a caso tra la folla. Come individuo era naturale, genuino, non vanitoso, ma quando i riflettori e la macchina da presa puntavano su di lui doveva incarnare il prototipo del “latin lover” che attanaglia la preda (una femmina pronta a cedergli), la sgualcisce, la sciupacchia e infine la distende. Carattere introverso, infieriva contro il proprio successo. “Mi è andata bene”, commentava, “i miei film non hanno nulla di eccezionale. In Italia di tipi come me ce ne sono quanti se ne vogliono”. Si sentiva come il martire di un’idea, “la seduzione”, mentre era pronto a immolarsi sul fronte dell’amore socratico. Questo “raptus” indomabile in quegli anni negli Stati Uniti, incominciava a esporlo al pettegolezzo. Il sospetto gli tolse i primi posti nei ruoli della celebrità. Da quei tempi gli omosessuali sono diventati un’organizzazione erotica hollywoodiana, compatta, a volte privilegiata. L’omofilia si associò all’idea del male. Procurava un sentimento di esclusione. Oggi è unita spesso a un dono spirituale. La tomba di Rudy è tuttora meta delle sue ammiratrici.

Maurizio Liverani