SCIASCIA NON SAPEVA TACERE

di Maurizio Liverani

Il mondo letterario italiano è “malato” di molte dimenticanze. Le opere obbediscono a una ricetta semplice: dividere l’Italia in scrittori “portati” dai partiti e quelli che non lo sono, mettendo tra i buoni quelli che nel passato e nel presente sono andati d’accordo (e sono d’accordo) con la sinistra. Su questa base, chi ha in mano il potere rifà a modo suo la storia degli ultimi anni per “ricavarne” una morale a uso e consumo dei partiti egemoni. Abbiamo ricordato, anni fa, un magistrato, Vicenzo Vitale, che andando controcorrente ha dedicato un libro – “In questa notte del tempo” (Sellerio) – a Leonardo Sciascia, uno scrittore “scomodo” che nelle dispute letterarie è stato sempre messo all’angolo, alcuni affermando che era né più né meno una sorta di Simenon in formato ridotto. Rispettato e obnubilato nello stesso tempo. E’ stato ed è ancora “post mortem” uno dei personaggi più rappresentativi della nostra letteratura. Espressione di un’esigenza di moralità in un mondo manovrato secondo criteri politici come il nostro, Sciascia è stato uno “spirito” non appartenente alla razza degli scrittori servili. Dopo tanti anni dalla morte è tollerato a stento; si tenta sempre di sminuirne l’importanza etica. Calcoli extra letterari, alcuni in buona fede, sono riusciti a premiarne il coraggio civile. Poi soltanto lunghi silenzi. Di premi neanche a parlarne. Vengono assegnati attraverso contrattazioni e inghippi e ci si meraviglia che uno scrittore possa attingere a un premio per il suo coraggio e per la nobiltà della sua vocazione. Spicciativamente, lo si cancella dal “premierato letterario” con la scusa che sia ostile e faticoso, non brillante. Così Sciascia continua a essere emarginato; sembrerebbe che sia incorso in una congiura condotta da letterati che tengono sempre il dito sul polso dei premi e un premio a uno come lui equivarrebbe a una bancarotta editoriale. Lo scrittore siciliano non sapeva muoversi con destrezza nel mondo letterario perché aveva il dono del rispetto della verità e dell’autentica letteratura. Un magistrato è arrivato a sostenere, con Sciascia, come l’antimafia possa a volte essere più nociva della mafia stessa. Uno degli omaggi di Sciascia al partito egemone è stato questo: “La crisi del Pci è certo tragica e direi disperata… l’eurocomunismo, secondo me, ha solo un segno comune: lo sforzo di evitare il suicidio cui i partiti comunisti sono chiamati”; parole scritte dieci anni prima della caduta del Muro. Nel ’79, la Dc ha “dovuto” opporsi fino allo stremo affinché lo scrittore non entrasse nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul “caso Moro”. Il suo libro l’“Affaire Moro” è diventato un “best-sellers” in Francia; non “poteva” diventarlo in Italia perché, più che una guida per venire a capo di questa vicenda, è un ritratto della Dc, schiava, in quel momento, del trattato di Yalta che vietava ogni possibilità di connivenza tra partito democristiano e partito comunista, cioè era contrario ad Aldo Moro, favorevole a un’intesa. Per Sciascia (lo disse all’”Express” nel giugno del ’78) “Moro voleva spalancare ai comunisti grandi spazi perché essi vi si perdessero…”.

 Maurizio Liverani