SI DIMETTE PER TORNARE

di Maurizio Liverani

L’occasione impareggiabile per illustrare agli italiani la fraudolenza di questo parlamento è offerta dalle dimissioni lampo di Matteo Renzi. E’ singolare che il premier si dimetta perché accusato di protagonismo. Un’accusa che discende da un’infamante condanna che in Urss veniva definita “culto della personalità”. La sostanza è la stessa; anche lo humour decade quando la realtà scende a livello zero. Nelle due definizioni, concettualmente identiche, c’è lo stesso timore: che dalla mediocrità dei parlamentari possa emergere repentinamente una figura dotata di carisma (prima sconosciuto), conoscenza dei problemi, rapidità nel risolverli e avere tutte quelle risorse che hanno gli uomini politici capaci in un attimo di trasformarsi in capopopolo insostituibili. Va detto che Renzi era visto di buon occhio nel Pd ma nell’organigramma del governo non lo si vedeva così abile e seducente. Non c’erano, alla vigilia della formazione governativa, timori di pronunciamenti; si pensava di pescare nel cestone delle personalità più facilmente revocabili senza scandalo, una “mezza tacca” qualsiasi. Insomma, una scelta che lasciasse sperare come nel governo facesse fatica a fare capolino una star. Il premier doveva occupare l’ importante poltrona con la tremarella di essere molto presto commissariato; doveva entrare nel tempo kafkiano della paura; un parlamentare erariale, uno scialbo campione di servilismo che deve fare i conti con i maestri dell’alta finanza e dell’apparato statale. Matteo Renzi si è preso subito tutte le poltrone che contano; ai compagni di partito ha lasciato soltanto uno strapuntino. Nel Pd ha predicato l’obbedienza, la sottomissione, non ammettendo dubbi e dissensi; composto un quadro di valletti da poter richiamare all’ordine. Ha “trombato” quei giornalisti di sinistra che si scaldavano, con le loro polemiche, dentro il braciere di Saxa Rubra. In pochi giorni ha risolto problemi che i suoi predecessori non riuscivano ad affrontare. Insomma, aveva preso a Palazzo Chigi un indirizzo importante ricevendo consensi anche dagli alleati. Le moleste zanzare dei suoi oppositori, tipo Stefano Fassina, hanno dapprima cominciato a piagnucolare contro quello che chiamavano il suo strapotere e poi a tramare con Salvini, Meloni e con sullo sfondo Berlusconi. In vista di una possibile rimozione, Renzi ha dato alla sua azione un ritmo iper-accelerato sapendo di correre all’impazzata verso le dimissioni. Quello che ha prodotto in questi due anni è utile al Paese, dimostrando di essere un uomo intelligente con un alto quoziente di camaleontismo. Non gli hanno consentito di continuare su questa strada. Lasciando Palazzo Chigi, tra il tripudio degli incapaci, si poteva leggere sul suo volto la certezza che presto si riproporrà.

Maurizio Liverani