SI ODONO SCRICCHIOLII…

di Maurizio Liverani 

L’opinione assai diffusa che gli italiani corrano sempre in soccorso del vincitore è scossa, in questi giorni, da un dubbio: ha vinto Matteo Salvini o hanno vinto quelli che hanno lontane origini nel Polo e trascinano i loro postulati inanellando errore su errore? Un sospetto che sta diventando certezza è che con Sergio Mattarella sul Colle i vincitori pro tempore possano imbattersi in sorprese amare. Gli eredi di Togliatti si sono ricordati che il Migliore faceva salire sul Colle personaggi dal profilo democristiano. Al Quirinale abbiamo oggi un personaggio dall’idealismo quieto, di un cattolicesimo stile vecchia Dc, privo di tracotanza politica, ma non clericale al cento per cento. Il Migliore voleva una brava persona affinché col tempo diventasse un “grande” suo malgrado. Tipico esempio di quella borghesia meridionale, cattolica e moderatamente laica e perciò destinata a essere lo sgabello di tutte le velleità della sinistra. Mattarella deve essere cosciente di queste verità; lo è da quando Matteo Renzi lo ha posto in quel “posto”, il Colle. I comunisti tripudiano per quei diccì che possano tornare utili; che possano essere i dosatori delle mosse del governo giocando a fare l’”oggetto misterioso”; che possano rinnovare quelle che erano le inclinazioni del Migliore per le “larghe intese”. Una personalità cattolica di buon livello cui si riconosce affinità tattiche. A parità di odi, oggi anche Togliatti avrebbe preferito Mattarella e Renzi lo ha accontentato. Dopo aver depennato i “liberali” con la patente andreottiana, Mattarella ha tenuto acceso il focherello della Dc meridionale sotto il moggio della sinistra conciliatrice. Omerizzato dall’orrenda fine del fratello ucciso dalla mafia, ha imparato da Aldo Moro che dei comunisti ci si può fidare purché dai loro le leve del comando. La componente liberale introdotta nel Pd ha favorito la nomina di Mattarella, visto che rinnovare il prodigio dei fasti di Togliatti nessuno era capace di farlo. La quirinalogia si è risvegliata, oggi, con il blando rimprovero mosso dal presidente a Salvini: quella di non irritare troppo l’esercito dei parlamentari sovvenzionati. Il leader della Lega sa di aver vinto per un solo motivo: “sbiancare” l’Italia, avendo come incerto alleato Luigi Di Maio. Come carattere gli riesce difficile essere arrendevole con i signori della politica; un zinzino di mussolinismo ogni tanto riaffiora in lui non per ragioni nostalgiche, ma per amor di patria. Chi lo ha votato gli fa credito di qualità morali, ma è molto dubbioso sulle qualità politiche; purtroppo, Salvini coltiva in sé la convinzione di appartenere a una “razza” superiore. Al momento, è installato nella parte di equidistante, però molti si chiedono quali titoli abbia per apparire un baobab del moderatismo. Direte che questo è un modo qualunquistico di vedere le vicende politiche italiane. In effetti lo è, ma bisogna precisare che la classe politica italiana, sempre impettita come in una rivista, non è mai stata intrisa di grandi principi e di grandi ideali. Il timore che dietro Salvini ci sia un solo ideale e scarse doti diplomatiche potrebbe sconvolgere il quadro elettorale. Comunque, al momento, la palude politica obbedisce ai suoi diktat, ma presta ascolto anche alle perplessità dell’uomo del Colle.

Maurizio Liverani