SILVIO, IL SILENZIO E’ D’ORO

di Maurizio Liverani

Donald Trump dagli Stati Uniti  parte per venire da noi con un corredo di idee allarmanti. Messo piede prima nel mondo arabo sorprende tutti cambiando completamente questo corredo. I più sgomenti sono rimasti gli opinionisti dei giornali che avevano già belli e pronti i commenti. Il nuovo capo della Casa Bianca ha fama di essere dispettoso. Miglior presa in giro della servile stampa occidentale è stata quella di presentarsi con un nuovo volto: quello che piace alla distensione, all’anti-terrorismo. L’invalidamento delle idee con cui era partito è avvenuto attraversando l’Atlantico; man mano che si avvicinava all’approdo si sono spenti in lui tutti i fenomeni di rabbia. E’ qui tra noi, in questi giorni, come un capo di Stato “utile”. Questa trasformazione è servita a dare vigore insospettato all’uomo più potente del mondo. Nella palude politica europea si fanno sforzi sovrumani per mettersi al passo con il “nuovo” Trump. Ci è venuta in mente un’affermazione da comico su Silvio Berlusconi di Cirino Pomicino che una volta ebbe a dire: “Ho tentato tante volte a insegnare a Silvio come governare. Purtroppo non mi ha mai dato ascolto”. Per fortuna, diciamo noi. Tutti i politici europei fanno gran uso di quella macchina divertente chiamata “trasformismo in pantofole”. Insomma, di massima in massima si ritorna al Gattopardo: “Bisogna che qualcosa cambi purché tutto rimanga come prima”. Trump ha preso tutti gli argomenti di Barack Obama e li ha fatti suoi per addentrarsi nei meandri governativi del Medio Oriente e dell’Europa. Nel giro di pochi mesi sono svaniti, nel Parlamento italiano, tutti gli ideali. Monitorando i vari argomenti di polemica si scopre che l’unica arma dialettica conosciuta dai politici è l’inabissamento nell’odio. Si rispolverano i vecchi temi dell’antifascismo e dell’anticomunismo, senza riuscire a far rinascere lo spirito della Resistenza nel popolo italiano. L’unico a non essere caduto nella trappola è stato Silvio Berlusconi che ha sfiduciato, silenziosamente, tutti i suoi zerbini, accortosi che hanno testoline, più che liberali, demenziali. Con l’ambizione di installarsi nel centro moderato, l’uomo di Arcore è da tempo decollato, senza darne grande risalto, verso una coalizione chiamata “larghe intese”. Tutto nasce dal timore di un contestatore sgradevole, l’italiano che è stanco di frasi fatte e che non si intruppa più in fitte schiere. Sembra non impegnato e non politico: invece lo è, ma in un modo del tutto diverso dal solito cliché caro ai partiti. Infastidito dai rancori, inadatto all’odio che gli si vuole imporre, l’italiano chiede soltanto di riconoscersi italiano, senza contrapposizioni politiche e ideologiche. Questo è il vero voltafaccia. Se non si farà un governo di “larghe intese”, lo sdegno si tradurrà in una colossale astensione dalle urne.

Maurizio Liverani