SILVIO: VARIANTE NON INTRANSIGENTE

di MAURIZIO LIVERANI

E’ doloroso per un politico di lungo corso entrare di colpo nel ridicolo. Matteo Salvini con il suo corredo di trovate sembra non voglia staccarsi dall’immagine di martire dell’”idea”; cova dentro di sé una gran rabbia per non essere un politico machiavellico. Il suo io è soltanto egemonizzato dal rimorso di avere assorbito tutto il rancore che milioni di italiani nutrono verso chi li ha governati. Non si piega alla volontà dei suoi avversari, ma attende che questi colgano la sua idea fissa. Questa democrazia è, per lui, il regime dei furbi, degli accaparratori, dei sopraffattori. Il suo sogno è di essere l’incarnazione della volontà di tanti italiani cui finti democratici promettono, da decenni, di far diventare l’Italia un paese civile. Istintivamente, senza alcuna preparazione, ma con l’intuizione da “scarpe grosse cervello fino” vorrebbe una vera uguaglianza. Nobile ideale disposto a raggiungerlo con la disubbidienza ai poteri forti che si sono aggregati nell’Unione Europea dove i ricchi padroni del vapore sono sempre più restii a mitigare il loro strapotere e consentire anche ai comuni cittadini, contrariati, di occuparsi del proprio benessere. Su questo punto Salvini ha ragione. Quelli che hanno comandato le nazioni europee somigliano tanto a quegli approfittatori che non accettano, in quanto autorità, rimproveri, pur essendo i maggiori responsabili della barcollante situazione dei rispettivi paesi. Non avendo una progettualità che si possa attuare senza conflitti, Salvini è costretto ad agire al modo degli “enfant terrible”, incurante del proprio destino personale. Ripetendo per anni i soliti motivi di polemica barricadera era inevitabile che la parte più arretrata e impreparata (la maggioranza) lo assecondi. Con grinta alternata a maniere corrette fa intendere che vuol andare fino in fondo. Cadute le ideologie, fatalmente, doveva aprirsi una breccia nei soliti luoghi comuni del pseudocomunismo e del pseudocattolicesimo che si nutrono solo di slogan. Per ora, grazie a quell’aria di “enfant terrible”, il leader della Lega è accetto ad altrettanti milioni di “enfant terrible” costretti ad esserlo da chi lesina loro una vita libera e democratica. Salvini, star di partito senza essere particolarmente animato da una grande ambizione, ma soltanto da quella di rendersi utile, è diventato il Gianburrasca della politica italiana. Senza ricorrere a soluzioni come le “larghe intese”, ingannevoli, ha risvegliato lo spirito di equità, l’unico sentimento che anima gli italiani. I rimbrotti, l’ostilità dei padroni delle casseforti internazionali non arrivano alle sue orecchie. Il clamore delle condanne non lo fanno demordere dai suoi piani; non è un leader di rango, incurante delle reazioni che potrebbero affossarlo. L’impressione generale che il suo governo sia in via di disfacimento non lo intimorisce. Già sente chi è ansioso di porre una tregua; ad esempio, Silvio Berlusconi. Se Salvini è arroccato nel cerchio del “fine giustifica i mezzi”, potrebbe, questo fine, coincidere con l’onestà dei mezzi.

 MAURIZIO LIVERANI