STOP AL GRILLìO

di Maurizio Liverani

Per un uomo che si ritiene di una statura mentale superiore a quella degli altri non deve far piacere sentirsi dire da una sua creatura, che nel giro di pochi mesi è diventata una personalità di rilievo: “Deciderò io”. Abbiamo così saputo che Beppe Grillo, ideatore del M5s, deve stare al suo posto e non interferire, come nella faccenda dell’Ilva condotta con piglio autoritario da Luigi Di Maio. Le decisione le vuole prendere il ministro. Il caso, prima o dopo, doveva venire alla ribalta. Le personalità, che non hanno l’attitudine a ricevere ordini o consigli, hanno lo spirito del “conducator”. Come nel caso di Di Maio che in questa trattativa ha ottenuto il consenso dell’ex titolare del Ministero, Carlo Calenda, figura emergente nel Pd, nel quale si è iscritto al momento in cui il partito spegneva le “candeline” più importanti. Ora Calenda è il “fiammeggiante” leader di ciò che resta del Pd; gli altri si sono rintanati, invece di scalpitare aggressivamente come avrebbero fatto i loro predecessori e si danno alla mormorazione, rivelando di avere la statura delle malelingue. A proposito di quanto asserito da Di Maio, Calenda ha così commentato: “Ha detto cose intelligenti, ora deve chiudere l’accordo con i sindacati che con lui saranno più disponibili, per lui sarà un gol a porta vuota”. In sostanza, la presenza di Grillo ai vertici del movimento è martellata da insidiosi perché. Si era avvolto così bene nel culto della personalità che deve essergli apparso offensivo essere trattato come uno scendiletto. Può lasciarsi prendere da impulsi rabbiosi, ma intanto nel guazzabuglio del caso Ilva non può pavoneggiarsi perché nell’attuale schieramento governativo ha ormai una funzione decorativa. Il governo sembra abbia preso come primo provvedimento la necessità di tacitarlo; non ha più alcuna autorità e per farglielo capire le sue creature pensano di dedicargli uno stemma, che è il modo più diretto di toglierlo dai ranghi direttivi e appiccicarlo a una parete. Insomma, con il suo grillìo politico è assurto a ruolo di macchietta. Reagisce rendendosi sempre più ingombrante. Non basta lasciarsi prendere da impulsi appassionati per mostrare che nel suo movimento, uscito vincitore, lui ha le stimmate dello sconfitto. Grillo continuerà a pavoneggiarsi ancora, ma di colpo è sceso di rango. Di Maio e Salvini, non dando risalto alle sue escandescenze, gli hanno scavato la fossa. Grillo, insistendo nell’esporsi, non sfugge alle insidie del ridicolo. I partiti hanno questo di invariabile: si servono degli uomini rappresentativi per poi centrarli con la solita grossa Berta distruttiva.

Maurizio Liverani