ULISSE A PIAZZALE LORETO

di Maurizio Liverani

Le celebrazioni del 25 aprile dimostrano che i “rossi” sbandierano la Resistenza con il metodo appreso ai tempi di piazzale Loreto, dove la Liberazione è diventata la caricatura tragica dell’ideale. L’oggettiva identificazione del tragico puro con la farsa mi si rivelò in quella giornata di settantadue anni fa proprio a piazzale Loreto, a Milano, quando andai, in veste di partigiano del gruppo del democratico Taviani, a riconoscere il martire di famiglia, mio zio Augusto Liverani, ministro dei Trasporti della Repubblica di Salò, fucilato a Dongo. Nel piazzale si “respirava” la Morte; la desolazione si mescolava a una sorta di umore nero nella visione di gente “per bene” che infieriva con calci e sputi sui gerarchi privi di vita. Quella carneficina mi apparve impersonale. Chi restava fermo, impassibile a guardare mi si rivelò come un benefattore. Nella sorpresa fui assalito dall’incubo di un peggio indefinibile. In quella distesa di cadaveri avrei dovuto dispormi alla disperazione; mi imbattei in Davide Lajolo, che avevo lasciato, bardato da ufficiale della Decima Mas, al Lirico di Milano dove Mussolini tenne il famoso discorso che precedette la fine della Repubblica di Salò. I sogni sull’avvenire sono da allora inseparabili dal ridicolo. Riconciliato col terribile, approdato a Roma per lavorare a “Paese Sera”, incontrai, nella sede dell’Uesisa (la tipografia dei giornali di sinistra) in via IV novembre, Davide Lajolo, divenuto direttore dell’”Unità” con il soprannome di “Ulisse”. Non mi occorsero particolari occhi per accorgermi che i fascisti della prima ora, dopo il crollo della Rsi, vedevano nell’esaltazione del capo del momento (Togliatti) un motivo utile per conservarsi al potere. Il personalismo di Ruggero Zangrandi (sodale-camerata, collega di Vittorio Mussolini), l’arrivismo di Antonello Trombadori, di Mario Alicata, di Piero Ingrao, alti esponenti del Guf, sono un tipico fenomeno italiano. Idealisti facilmente arruolati nel Pci, favoriti dall’indifferenza degli altri partiti. Chi si è rifiutato al gioco delle conventicole non si è integrato; non ha saputo cogliere il momento giusto. Quelli che ci sono riusciti sono gli stessi che hanno imperversato e imperversano nella stampa “confindustriale”, nelle televisioni pubbliche  e private. Chi si è sottratto a questo gioco ipocrita è, ancora oggi, messo in cattiva luce e accusato di offendere (come sostenne il comunista Salinari parlando di Leonardo Sciascia) “l’uomo nella sua capacità di scelta”. Una rampogna svolta con quel cifrario repressivo tipico delle menti totalitarie.

Maurizio Liverani