UN FUTURO SENZA PRESENTE

FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI
 
UN FUTURO SENZA PRESENTE

L’italiano oggi ragiona così: nulla ci appartiene più, qui da noi; le nostre frontiere sono aperte, le nostre idee sono inascoltate da trasformisti di ogni setta per i quali ciò che non è materiale, ciò che appartiene alla sfera dello spirito non esiste. In nome di una salute pubblica superiore alle ideologie, prima che la casa crolli nel marasma dell’Unione europea, l’italiano, dopo anni di immalinconicamento per la delusione delle speranze, stanco del “ciclostile ideologico” si rintana nel privato. Vorrebbe appropriarsi dell’idea di nazione tanto è alto il tasso di negatività introdotto nel Paese dalla politica. Una specie di ritorno dall’”esilio” europeista cui l’italiano è stato costretto come l’uomo che ha perso la propria ombra. I partiti sono ormai scollegati dalle loro idee, dal loro valore, dalla loro destinazione. L’italiano si è fatto un’idea delle devastazioni prodotte dalla grande stampa e dalle televisioni. Il “parlamentarismo” – ha scritto Karl Kraus – è l’incameramento della prostituzione politica”. Aveva ragione lo scrittore Ottiero Ottieri, “emarginato” soltanto per aver scritto che i poteri forti esistono, restano sempre gli stessi e sono molto potenti. La politica, nel suo insieme, amareggia la vita di tutti, intellettuali e non, con il suo compatimento verso chi non si adegua alle scelte conformiste. Soltanto l’intellettuale anemico, il cineasta privo di talento ma di sinistra hanno bisogno della flebo dello Stato. Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Giovanni Macchia (Accademico di Francia), Goffredo Parise non hanno mai cercato saldature con i partiti. E sono stati sistematicamente esclusi dai premi letterari. Per queste ragioni c’è una gran voglia di regolare i conti con Pier Paolo Pasolini. Non si perdona allo scrittore friulano di aver scoperto (lo disse a Manlio Cancogni in un’intervista di tanti anni fa) che un piccolo paese come l’Italia non possa dare un grande artista; l’artista di un piccolo paese mirerebbe, secondo Pasolini (foto), soltanto al quattrino. Pasolini scriveva sui giornali borghesi per insultarvi la borghesia opulenta. Scrittori come Ennio Flaiano, Alberto Arbasino, Pietro Citati non sono mai riusciti a veleggiare nella direzione più propizia. Flaiano era approdato a un ottimismo basato sull’ebrezza della sofferenza. Arbasino non si lascia immatricolare come tanti “disperati” intellettuali ansiosi di guadagnare un premio. Alla ricerca pertinace della provocazione, il nostro ultimo premio Nobel ha tentato di espugnare l’attenzione sbandierando in ogni occasione la sua “posizione politica”. Non ha snudato – sinché non è stato costretto ad ammetterlo, la fede precedente, quella per il “fascio”. Per ottenere l’interesse della stampa basta proclamarsi di sinistra atteggiandosi a cavalli di razza.

MAURIZIO LIVERANI