VITTORIO E IL MALE OSCURO

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FATEMELO DIRE
di MAURIZIO LIVERANI

VITTORIO E IL MALE OSCURO

Vittorio Gassman negli ultimi anni della sua vita ha sofferto del male oscuro di Amleto. Per conoscere la verità su questa depressione non bisogna traversare una miriade di luoghi comuni. Le spiegazioni che si danno sono le più banali: stanchezza, “il fumo fa male”, l’insuccesso probabile. Se fosse solo quest’ultimo, Ennio Flaiano, grande amico dell’attore, gli avrebbe consigliato di dire: “L’insuccesso mi ha dato alla testa”. Purtroppo Flaiano è morto e il nido dei ricordi cerca di separare Vittorio uomo da Vittorio attore. L’infamia di Jago, l’elemento demoniaco che corrode le certezze di Otello, si accaniva sull’Amleto-Gassman, all’improvviso irresoluto, torturato da scrupoli e dubbi sul mestiere di attore che ha portato ai massimi livelli. Alle prese con un ribaldo di alte e nobili intellettualità, sprezzante dei compunti sacerdoti del teatro italiano, i corvi, manovrati da Jago, volevano vederlo nella polvere, infastiditi dal suo continuo successo. In anni di attività seria, senza cedimenti, senza “appartenenze”, Gassman ha fiutato sempre la mediocrità della scena italiana. C’è del marcio nel teatro? Sì, c’è del marcio; la presenza dei prevaricatori. In un Paese come il nostro, dove è così facile avere benevolenza per la sofferenza, è difficile averne nei riguardi del rigore intellettuale di un attore verso il quale abbiamo grandi debiti.  La depressione di Vittorio è stata quella di un grande spirito, nato per un’altra civiltà teatrale. La nostra lo costringeva a cavarsela con gli stanchi ritornelli che rendono irritante Amleto. Lo sprezzo per vita scenica lo ha spinto a una tenace difesa della propria coscienza di attore e dei propri pensieri di artista. La logica fredda e ineluttabile dello Jago della vita lo aveva portato a una chiaroveggenza che si è colorata di depressione. A Gassman questo male ha offerto una grande opportunità: domarla sulla scena in un grande happening con i demoni che germogliavano nel suo animo, liberando anche noi, come lui, depressi seduti in platea. Shakespeare non ha detto che “la vita, tra urlo e furore, è una farsa scritta da un burlone”? Vittorio prendeva la maschera di Jago e diceva tutta la verità sui mostri che tormentavano la sua e la nostra anima; senza canovaccio, senza la pignolesca precisione dei suoi spettacoli ci faceva uscire, con lui, dal male oscuro, facendoci dono di un grande elettrochoc scenico. Tra tanti slogan di Lenin uno ci pare azzeccato: “Se incontrate la paura ridetele in faccia”. E’ soltanto una benzodiazepina marxista? Appeso all’armadio lo “stiffelius”, l’attore ha indossato la tuta più in voga del nostro cinema, quella dell’italiano furbastro, pieno di simpatia e di gretto provincialismo. Di lignaggio aristocratico, Vittorio ha ingigantito quanto in lui c’era di popolare e di plebeo; ha raccolto i suggerimenti di Alberto Sordi che, negli stessi anni, cercava di sottrarsi alla prigionia della macchietta per diventare personaggio. 

MAURIZIO LIVERANI